AGORAFOBIA – PRIGIONIERI IN CASA

Quando si agisce cresce il coraggio, quando si rimanda cresce la paura. Publilio Siro

 

Chi soffre di “agorafobia” non ha paura, come si sente dire spesso, degli spazi aperti, bensì teme di stare male in luoghi dai quali è difficile o imbarazzante scappare o che si trovano troppo lontano da casa.

Aggiungiamo che anche nella propria abitazione la persona può sperimentare situazioni di ansia, se non di panico, il che rende bene l’idea di quanto sia difficile la quotidianità per chi ne soffre. A differenza dell’esterno comunque, dentro casa risulta meno spaventoso stare male e per questo essa diventa quasi l’unico luogo nel quale la persona sente di poter stare, anche se da sola.

 

 La casa diventa così una gabbia. 

 

È facile capire quindi come, contemporaneamente all’aspetto fobico, le persone presentino anche tratti depressivi che andrebbero però considerati quali conseguenza dell’agorafobia e non una problematica aggiuntiva. La prova di questo è visibile al termine del percors

agorafobia

o psicologico: risolto il disturbo d’ansia, la persona riprende in mano la propria vita e la propria serenità.

Il modello di lavoro breve strategico permette alla persona di allargare progressivamente i propri confini fornendo strategie efficaci che diventano armi pronte all’uso per la gestione dell’ansia fino al momento in cui non saranno nemmeno più necessarie.

Se sei arrivato o arrivata fin qui nella lettura, vorrei raccontarti la storia di un cambiamento spontaneo nella speranza, senza illusione, di mostrare quanto le nostre risorse siano maggiori di quello che spesso pensiamo.

 

 

QUANDO LA DISPERAZIONE SALVA UN UOMO*
“Un uomo di mezza età, scapolo, viveva piuttosto isolato perchè era afflitto da una forma di agorafobia; il territorio libero dall’angoscia si andava progressivamente restringendo.
Alla fine giunse al punto non solo di non poter più andare a lavorare, ma anche di non poter più recarsi nei negozi vicino casa a comprare il cibo e altri prodotti di prima necessità.
Disperato, decise di suicidarsi. Salì in macchina diretto verso la cima di un monte, distante circa 80 km dalla sua abitazione, convinto che dopo aver guidato attraverso alcuni abitati l’angoscia o un attacco cardiaco lo avrebbero senz’altro fatto passare a miglior vita.
Il lettore può indovinare come la storia fini: non solo arrivò sano e sano a destinazione ma, per la prima volta dopo molti anni, non sentì l’oppressione dell’angoscia.”

*tratto da “Change” di Watzlawick, Weakland, Fisch

 

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